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Storia e Cultura » Tradizioni Religiose

La Chiesa cattolico-bizantina e i suoi riti

Il rito è la particolare procedura adottata da una Chiesa nell’adempiere alle sacre cerimonie. L’antichissima origine dei riti e il loro sviluppo, così articolato e complesso, hanno determinato, in Oriente e in Occidente, una strutturazione ed una evoluzione aderenti alle tradizioni culturali proprie di ogni Chiesa. 

La Chiesa cattolico-bizantina, cui appartengono gli arbëreshë, è una  comunità cristiana che, dogmaticamente legata alla Chiesa di Roma, segue un rito e una disciplina ecclesiastica greco-ortodossi.

Gli arbëreshë discendono da quei profughi albanesi che, stabilitisi in Sicilia e in Calabria nei secoli XV e XVI, furono accolti dai vescovi del tempo i quali rispettarono le loro peculiarità rituali. Gran parte delle comunità, nate così in territorio siciliano (Piana degli Albanesi, Palazzo Adriano, Mezzojuso e Contessa Entellina), hanno conservato fin ad oggi, insieme alla lingua e ai costumi, le tradizioni liturgiche bizantine.

Dal 1937 il clero di queste comunità è organizzato in una Eparchia retta da un Eparca che viene designato dalla Sede Pontificia e ha rango di vescovo. Nelle cerimonie più solenni veste paramenti del tutto simili ai vescovi ortodossi come il tipico copricapo (mitra) e il pastorale (ravhdes) sormontato da due teste di serpente contrapposte che si fronteggiano, simbolo della prudenza evangelica. I sacerdoti (papàs) portano il tipico copricapo cilindrico nero (kalimafion) e, in genere, la barba lunga. 

Eparca

Nel rito bizantino varia la celebrazione della S. Messa, detta Divina Liturgia (i formulari risalgono a S. Giovanni Crisostomo e a S. Basilio il Grande), l’amministrazione dei Sacramenti, il modo di celebrare la Liturgia delle Ore e soprattutto le funzioni della Settimana santa. 

Gli Uffici divini sono più lunghi e solenni; al canto dei salmi si alternano lunghe letture di testi biblici; allo stare in piedi, le prostrazioni profonde; ai colori dorati dei paramenti, quelli rossi e quelli violacei; alle musiche gioiose, quelle meste e solenni. 

In questo contesto maestoso, tutto ha un significato: i gesti, i canti, le processioni, i fiori, i profumi, gli incensi. La Pasqua è il più grande avvenimento del calendario bizantino. In essa, infatti, trova giustificazione tutto il discorso escatologico e ogni motivo di speranza, come canta il famoso inno del Christos anesti (“Cristo è risorto”): «Cristo, con la sua morte, ha sconfitto la morte, e ai morti che giacevano nelle tombe ha dato la grazia della vita».

La settimana della Pasqua è ricca anche di avvenimenti liturgici che si svolgono prevalentemente nella cattedrale di S. Demetrio in forma solenne con la partecipazione dell’Eparca. Le celebrazioni, oltre ai pontificali, rievocano le fasi fondamentali della morte e della resurrezione di Cristo. 

Nella notte tra il venerdì e il sabato precedenti la Settimana santa, si ricorda la resurrezione di Lazzaro, simbolo della comune resurrezione degli uomini. Terminata la Proiasmena (“Messa dei presantificati”) del venerdì sera, a ricordo dell’evento evangelico, i fedeli intonano il canto di Lazzaro (Lazëri), e, subito dopo, gruppi di giovani, guidati da un papàs per le vie del paese e davanti agli usci delle case, eseguono lo stesso canto che si conclude con l’esplicita richiesta in note di avere in cambio delle uova.

La Domenica delle Palme (Rromollidhet), nella chiesa di S. Nicola, si svolge il rito della benedizione delle palme e dei rami d’ulivo, che sono distribuiti ai fedeli. L’Eparca avvolto nel manto (mandías)  percorre, a dorso di un asinello, il corso principale del paese e si avvia verso la cattedrale rievocando l’ingresso di Gesù a Gerusalemme.

Il Giovedì santo (E Intja e madhe) si rievoca l’ultima cena e in particolare il momento in cui (secondo il vangelo di Giovanni) Cristo, impersonato dall’Eparca, si spoglia dei ricchi paramenti e si appresta a lavare i piedi degli apostoli (lavanda dei piedi), rappresentati dai concelebranti. 

Questa cerimonia è senza dubbio suggestiva, ma i riti del Venerdì santo (E Prëmtja e madhe), in special modo quelli vespertini, che celebrano il Cristo morto, sono tra i più toccanti e commoventi. Nella penombra della cattedrale, l’urna con Cristo morto raccoglie il lamento dei canti che i fedeli e i sacerdoti intonano fino a notte fonda. Durante la processione dell’Epitafios sono eseguiti canti funebri di altissima poesia e di toccante commozione (enkomiet e vajtimet) accompagnati dal suono di particolari strumenti di legno, di origine bizantina, detti çokë e çikarra, in assenza dei rintocchi delle campane che, dal mattino del giovedì al mezzogiorno di sabato, «sono legate» (lidhen) e non vengono fatte suonare. 

VenGioSanto

Nelle funzioni del Sabato santo (E Shtunia e madhe), la tristezza del giorno precedente lascia il posto ad inni di speranza e di invocazione a Cristo-Dio perché, risorto, salvi il mondo. In questo giorno nella cattedrale, cosparsa di foglie di alloro, si celebrano i battesimi, le campane a mezzogiorno tornano a suonare e in ogni casa l’incenso viene acceso per allontanare il male. Conclude e santifica la giornata la funzione della Resurrezione. Poco prima della mezzanotte nella cattedrale la folla in silenzio attende il momento in cui il Vescovo busserà dall’esterno per tre volte alla porta maggiore della chiesa, alla cui apertura, sarà intonato Christos anesti, inno della Resurrezione.

La Domenica di Pasqua (Pashkët) è incentrata sul solenne Pontificale, la cerimonia religiosa più suggestiva dell’anno liturgico nella quale l’intensità delle preghiere, l’armonia dei canti e lo splendore dei paramenti creano momenti di bellezza e spiritualità esaltanti. Al termine della funzione dalla cattedrale si avvia la tradizionale sfilata delle donne in costume fino alla piazza grande dove viene impartita la benedizione seguita dalla distribuzione delle uova rosse, simbolo della ciclicità della vita e dell’immortalità.

La Pasqua scandisce il calendario  liturgico: la Quaresima, la Domenica delle Palme, l’Ascensione, la Pentecoste, il Natale e l’Epifania, detta Teofania, cioè manifestazione di Dio nel fiume Giordano. Il giorno dell’Epifania, dopo il solenne Pontificale, l’Eparca, il clero e i fedeli vanno in processione presso la fontana dei Tre cannoli nella piazza principale e, al canto Në Jordan, rievocano la discesa dello Spirito Santo sul Cristo dopo il battesimo. Il vescovo immerge nell’acqua benedetta della fontana una croce scolpita in legno e il candelabro a tre ceri, mentre dall’alto del tetto della chiesa dell’Odigitria, viene fatta scendere una colomba bianca. Nelle chiese bizantine, sia di Piana che degli altri paesi arbëreshë, vi sono alcune caratteristiche stilistico-architettoniche che meritano qualche cenno.

Epifania

Gli edifici sono posizionati in modo tale che l’altare guarda ad oriente. L’altare, quadrato per indicare la perfezione di Cristo di cui è immagine, è collocato in uno spazio generalmente semicircolare, detto abside o santuario, separato dal resto della navata da una parete lignea (iconostasi) ricca di icone collocate secondo precisi canoni spirituali e teologici. 

Alla destra di chi guarda l’iconostasi, si trova l’immagine di Cristo con accanto Giovanni Battista (Vecchio Testamento); alla sinistra l’icona della Madre di Dio (Nuovo Testamento) con accanto l’immagine del Santo cui è dedicata la chiesa.
Sopra queste icone principali sono situate quelle delle feste principali della chiesa bizantina, quelle degli apostoli, dell’ultima cena e della crocifissione. 

La celebrazione della Messa, molto diversa da quella di rito romano, contiene gli stessi momenti liturgici essenziali: introito, lettura della Parola di Dio, offertorio, consacrazione e comunione. Cambia però la struttura: l’Eucarestia si celebra col pane fermentato e con il vino e la comunione ai fedeli è somministrata sotto le due specie. 

I canti, in genere, non sono accompagnati da strumenti musicali.
Il Battesimo, presso i bizantino-cattolici, viene somministrato per immersione: il corpo del battezzando, spogliato e unto d’olio benedetto, viene immerso tre volte nell’acqua battesimale. Subito dopo il battezzato riceve la cresima e la comunione. 

Il rito del matrimonio, molto ricco e articolato, presenta forti contenuti mistagogici e, in quanto celebrato nel costume tradizionale, interessanti e vivi richiami di carattere folclorico. Gli sposi, entrando in chiesa con una candela accesa, segno di fede, ricevono l’anello nuziale come pegno di fedeltà nella vita matrimoniale. Segue la consacrazione della coppia sulla quale il celebrante stende un velo (shqepi), che, avvolgendola, indica la benedizione dello Spirito Santo. 

Sul capo degli sposi vengono poi posate due corone d’alloro, che rappresentano la perfezione e la gloria reciproche. Dopo l’incoronazione il sacerdote offre agli sposi del pane e del vino contenuto in un solo bicchiere, che viene poi frantumato a simboleggiare l’indissolubilità del matrimonio.

Un’altra particolarità del matrimonio consiste nel fatto che i papades (preti) possono, soltanto prima dell’ordinazione diaconale, sposarsi e poi accedere agli ordini.