Codice QR

Storia e Cultura » Musica Bizantina

La chiesa cattolico-bizantina di Piana degli Albanesi possiede un vasto patrimonio musicale che accompagna interamente la complessa articolazione dell’anno liturgico.

Le celebrazioni, settimanali e festive, e le diverse Ufficiature appaiono sempre riccamente adornate da un incessante contrappunto di melodie. Secondo quanto prescrive la ritualità bizantina, la recitazione si addice, infatti, solo alle preghiere segrete sussurrate dal Celebrante, e al Padre Nostro e al Credo che si levano dall’assemblea. Tutto il resto è canto: dalle brevi modulazioni declamatorie (ekfónesis) dei diaconi ai salmi intonati dai sacerdoti, dalle schematiche formule di cantillazione delle Letture e dei Vangeli ai fastosi inni eseguiti dai fedeli. Attraverso il puro fluire del mélos, senza alcun ausilio di strumenti musicali, la parola si sottrae all’uso consumato della quotidiana comunicazione umana e, distillata, assurge ad uno status più elevato, divenendo espressione limpida ed efficace strumento per innalzare preghiere e lodi al Signore.

Repertori affini, sebbene sovente meno integri, si riscontrano anche negli altri centri di origine arbëreshe dell’Eparchia ove è praticato il rito greco (Contessa Entellina, Mezzojuso, Palazzo Adriano) e a Palermo presso la chiesa di S. Nicolò dei Greci (La Martorana). La trasmissione dei canti avviene, ancora oggi, quasi interamente mediante tradizione orale. Per il loro rilevante valore documentario vanno tuttavia menzionate anche le molte testimonianze manoscritte su pentagramma, redatte, a partire dagli inizi del ‘900 sino a tempi a noi più prossimi, da sacerdoti o monaci con l’intento di salvaguardare l’integrità della tradizione sacra. Fino a qualche decennio or sono i canti erano eseguiti esclusivamente in greco, in tempi recenti sono state adottate diverse traduzioni in italiano e, soprattutto, in albanese come quelle, assai importanti, di papás Gjergji Schirò. 

Questa tradizione musicale può essere fatta risalire all’epoca immediatamente successiva alla caduta di Costantinopoli nelle mani dei Turchi nel 1453 e alla conseguente diaspora delle popolazioni albanesi e greche dell’Albania e della Morea verso le coste e le terre dell’Italia meridionale dove portarono il proprio patrimonio culturale e linguistico, gli usi religiosi, il rito greco-bizantino ed i canti che accompagnavano le cerimonie liturgiche. Sulla base di tali origini è stato sostenuto da alcuni studiosi, che la tradizione musicale liturgica degli Albanesi di Sicilia riproponesse inalterata la melurgia del periodo neobizantino (1150-1350 ca.) e del primo periodo kukuzelico (1350-1600 ca.). È un’ipotesi di un certo fascino ma non sufficientemente avvalorata dai necessari riscontri scientifici. 

Più verosimilmente si deve pensare ad un repertorio in lenta ma costante evoluzione, nel corso dei secoli, sotto la spinta di due fattori: da una parte, in quanto trasmesso secondo i modi della tradizione orale, ha inevitabilmente subìto gli effetti di processi di variazione e rielaborazione; dall’altra ha risentito di influssi esterni dovuti non solo ai contatti ed ai rapporti con le vicine comunità “latine”, ma anche alla pressoché costante presenza di monaci e sacerdoti provenienti dai paesi orientali. Risultò determinante a tale riguardo – come ha segnalato S. E. Sotir Ferrara, Eparca di Piana degli Albanesi, (1985: 3) – «la fattiva presenza dei monaci del Monastero Basiliano di Mezzojuso, fondato nel 1605, i quali davano asilo a monaci ed ecclesiastici provenienti dall’oriente; è verosimile che questi ultimi abbiano arricchito il nostro patrimonio melurgico apportando nuova linfa musicale». Si può, quindi, affermare che la tradizione melurgica siculo-albanese non ha origine unitaria ma si compone di un nucleo originario, risalente all’epoca della diaspora, e di strati cronologicamente successivi, maturati grazie ad un’evoluzione interna arricchita da apporti esterni. Questa complessa e articolata genesi storica non ha prodotto un disomogeneo coacervo di canti, bensì un repertorio coerentemente strutturato nei suoi aspetti stilistici e formali, tanto sotto il profilo dell’innografia quanto sotto quello della grammatica musicale. La forza aggregatrice dell’oralità ha, infatti, reso coerente nel tempo l’evoluzione del repertorio ed ha consentito di filtrare i diversi apporti esterni riconducendoli a principi rigorosi di organizzazione. È dunque lecito sostenere che «questi canti appartengono al grande ceppo della Musica Bizantina, della quale conservano le caratteristiche» (Ferrara 1985: 4).

Le forme poetico-musicali, ancor oggi in uso, sono quelle dell’innografia bizantina: dalle semplici linee del tropario alla complessità del contacio e del canone. Forme “minori”, tra le altre, sono la katavasía, il theotokíon, lo stikirón. Elemento fondamentale, anche nelle forme più composite, è il tropárion, sorta di inno monostrofico a schema e metro liberi che assume nomi diversi a seconda delle sue caratteristiche o del soggetto. 

La grammatica musicale del repertorio liturgico arbëresh, analogamente alle antiche musiche del Mediterraneo, al canto gregoriano o alle culture di interesse etnomusicologico, non è basata sulla sensibilità tonale e sulla opposizione fra modi maggiori e minori che caratterizza la musica euroculta. Il suo sistema musicale è infatti di tipo modale e rimanda alla teoria bizantina dell’oktoíchos.

La più significativa documentazione sonora dei canti liturgici siculo-albanesi è il risultato di ricerche sistematiche di natura etnomusicologica. Di particolare rilevanza, tra le altre, è quella custodita a Roma presso l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia. Si tratta di due raccolte realizzate rispettivamente da Ottavio Tiby fra il 1952 e il 1953 (racc. CNSMP n. 20) e da Padre Giuseppe Valentini e Leo Levi  nel 1965 (racc. CNSMP n. 89). La prima testimonia pressoché integralmente la tradizione di Piana degli Albanesi; la seconda documenta ampiamente il repertorio della Martorana di Palermo. Un cospicuo numero di registrazioni (sia audio sia video), effettuate negli anni 1990-1995 nei vari centri dell’Eparchia, è depositato a Palermo presso gli archivi etnofonici del Folkstudio e del CIMS (Centro per le Iniziative Musicali in Sicilia). Di un certo interesse, sebbene spesso di modesta qualità tecnica, le collezioni private di sacerdoti, singoli studiosi o appassionati.

Rimane da segnalare un ulteriore aspetto, non meno importante, che si riferisce alle modalità con cui questa musica è fruita. La trasmissione orale dei canti, nei termini illustrati, consente ai fedeli, per lo più in difetto di conoscenze musicali tecniche, di appropriarsi di un patrimonio che, secondo le occasioni, provoca atmosfere di grande suggestione psicologica e di profonda adesione spirituale. La tradizione musicale liturgica è, quindi, anche espressione di processi di autoidentificazione che rinforzano il senso di appartenenza alla comunità.
La musica bizantina, assieme alla lingua, al rito, al costume, alle icone, costituisce dunque un essenziale tassello per la ricostruzione di quel mosaico di peculiarità che conferisce agli Arbëreshë di Sicilia un’identità culturale solida e vitale.