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Storia e Cultura » Il Costume

I costumi tradizionali femminili 
Il costume tradizionale femminile, come la lingua e il rito, è uno dei segni più evidenti della diversità culturale degli arbëreshë. È una singolare espressione d’autocoscienza locale che manifesta anche in questo modo la volontà di conservare insieme identità e tradizioni. 
Gli abiti tradizionali, pur se vengono ancora tramandati da madre a figlia e conservati gelosamente, sono ormai sempre più lontani dalla loro destinazione originaria avendo perso il legame con gli eventi. Non sono più abiti ma costumi e sono diventati strumenti di identificazione che assolvono quasi esclusivamente a funzioni simboliche circoscritte ad alcune occasioni: il giorno delle nozze, la Settimana santa ed altre poche cerimonie religiose e festive.

Anche le attività lavorative correlate hanno un rilievo molto importante e offrono un illuminante spaccato socio-economico. L’impiego di manodopera quasi esclusivamente femminile rinvia, infatti, ad una divisione del lavoro, nella società e nella famiglia, di tipo tradizionale, attualmente in via di definitivo superamento. Le donne, avviate a questa attività sin dall’infanzia, gradualmente raggiungevano una perizia tecnica che consentiva loro di provvedere direttamente alla preparazione del corredo. 
La gran parte della produzione dei manufatti è dovuta storicamente a questo artigianato domestico che, pur basato su canoni di pura riproduzione dei motivi, ha raggiunto livelli artistico-estetici spesso ragguardevoli con il concorso del gusto personale delle operatrici, la cui formazione non si esauriva nell’ambito familiare ma, specialmente dal secolo XVIII, ha potuto beneficiare di una vera e propria scuola di ricamo quale era a quel tempo il Collegio di Maria di Piana degli Albanesi, dove le suore, specialiste nel ricamare l’oro, confezionavano il tradizionale abito e dove ancora oggi esiste una esposizione permanente di quei ricami.

Le origini
In oltre cinque secoli il costume ha risentito di diverse influenze e trasformazioni che rendono difficoltoso ricostruirne il percorso evolutivo e quindi le origini.
Bernardy osservava che il costume arbëresh «appartiene al mondo albanese rifugiatosi in Italia in seguito alle oppressioni turche alla fine del secolo XV e il principio del XVI secolo e conserva il suo carattere orientale nelle forme e nei colori della camicia, del corpetto e del copricapo»1. E in Albania, fino al XIV secolo, il costume subì l’influsso orientale e bizantino visibile nel drappeggio più ampio, nelle maniche lunghe e larghe, nell’impreziosimento delle stoffe, nell’utilizzo della seta e dei ricami d’oro e d’argento, e soprattutto nella policromia dei tessuti. 

Dal XV secolo si cominciarono a sentire anche i primi influssi occidentali. La moda italiana del ‘500 e ‘600, che a sua volta aveva subito influenze orientali, è l’ambito dentro il quale si attivarono i processi che avrebbero dato vita a questi abiti e molti in questo senso sono i riferimenti documentari e iconografici in qualche modo utilizzabili per tentare una ricostruzione delle loro origini: numerosi ritratti, eseguiti nel ‘500 e nel ‘600, di dame italiane in abiti del tutto simili alle ncilone; l’ampia gonna raccolta in vita da numerose piegoline lan­ciata nel campo della moda europea di allora da Caterina De Medici; la famosa “Fornarina” di Raffaello con le maniche attac­cate al corpetto tramite laccetti che lasciano sbuffare ai lati la camicia; il velo portato in vario modo in incisioni veneziane del ‘600; l’Annunziata di Antonello da Messina con la sua mantellina azzurra diventata un capo fondamentale del costume arbëresh; il presepe storico della reggia di Caserta, dove si nota che kurorët (fasce di rete d’oro lavorate a tombolo) ornano numerose gonne dei personaggi femminili settecenteschi; le stampe di Houel e di Vuiller del ‘700; gli atti dotali più antichi che documentano il costume sin dal ‘500.

Questi spunti, per quanto significativi, non consentono tuttavia di andare oltre alle supposizioni e ad una generica contestualizzazione estetico-cronologica, lontane entrambi da una ricostruzione di quei passaggi riscontrata e definitiva.
Se l’abito femminile tradizionale si è comunque ben conservato altrettanto non si può dire per quello maschile caduto in disuso o forse mai esistito in forma stereotipata. Alla fine degli anni ‘50, per esigenze sceniche in occasione di una rappresenta­zione teatrale al Teatro Biondo di Palermo, il costumista creò un costume maschile di ispirazione balcanica che richiamava quello femminile. Da allora una quindicina di questi costumi vengono indossati negli appuntamenti turistici più importanti.

Le tipologie
Una classificazione degli abiti può essere effettuata sulla base della loro destinazione d’uso tenendo preliminarmente presente che gli abiti invernali si caratterizzano per la qualità dei tessuti (panno, lana e velluto) e per la maggiore sobrietà dei colori (in prevalenza nero) mentre gli abiti estivi si differenziano per caratteristiche cromatiche più vivaci (in prevalenza rosso) e per stoffa (seta, taffetas, raso, crèpe georgette, cotone).

Abito della festa

Quest’abito, oggi usato indifferentemente in qualsiasi occasione di festa, veniva tradizionalmente indossato nelle ricorrenze più importanti (S. Giorgio, Vergine Odigitria, S. Demetrio), nei battesimi e nei matrimoni. Si compone di una gonna di seta rossa arricciata in vita, proposta in due versioni: ncilona, ricamata diffusamente in oro con motivi floreali, e xhëllona me kurorë, adornata a partire dall’orlo con fasce d’oro (kurorë) o d’argento lavorate a fusello. 

Altre componenti sono: il grembiule nero o bleu di pizzo (vanterja); il busto (çerri); la camicia di lino bianco (linja) a maniche lunghe e ampie; il corpetto (krahët) rosso ricamato in oro senza maniche o il giubbino (xhipuni); il merletto (petini) che ricopre la parte superiore del seno; la mantellina (mandilina) di seta azzurra con l’orlo ricamato in oro; la cintura in argento con placca frontale (brezi); un certo numero di fiocchi (shkokat) il cui numero di petali varia secondo la collocazione: fiocco del capo (shkoka te kryet), fiocco anteriore (shkoka përpara), fiocco posteriore (shkoka prapa). Esisteva anche una versione invernale di quest’abito, usato dalle donne sposate, i cui componenti essenziali erano: un’ampia gonna di panno nero, il giubbino (xhipuni) con collare e polsini (pucet) ricamati in oro a punto pieno, mantellina bianca e fiocco per il capo. 

Completano il costume i gioielli: orecchini pendenti (pindajet) d’oro rosso o bianco con pietre preziose incastonate (diamanti, smeraldi, rubini); girocollo di velluto con pendente (kriqja e kurçetës) anch’esso con le medesime pietre preziose incastonate; anello con diamanti grezzi a forma rotonda (domanti); collana a doppio filo di pietre di granata chiusa in più punti da sfere di filigrana (rrusarji) con pendente di varia forma contenente in origine una reliquia. 

Abito nuziale

Se l’uso degli abiti tradizionali va man mano riducendosi alla sola giornata di Pasqua, l’abito nuziale invece è ancora largamente utilizzato e preferito al comune abito bianco. Questo costume non è che l’abito della festa nella versione con ncilona. Gli elementi che lo caratterizzano sono: le maniche, in seta rossa ricamata in oro con motivi floreali, chiuse ai lati esterni da dodici fiocchi a quattro petali; il velo (sqepi) color crema fissato ai fianchi sulla cintura (brezi); copricapo (keza). Antecedente all’uso dell’abito in seta ricamato in oro, era l’uso di un abito in broccato ricamato con fili di cotone multicolore su disegni a soggetto floreale (pampinija) evolutosi successivamente con l’utilizzo di tessuto damascato.

Abito di mezza festa
Non è che l’abito della festa nella versione con la gonna ad una o due fasce (xhëllona me një o me dy kurorë), con giubbino (xhipuni) e con un numero inferiore di fiocchi. Quest’abito, completato dalla mantellina, veniva usato per andare a messa ed in processione. 

Abito del lutto 

Caduto ormai in disuso, questa versione dell’abito comprendeva una gonna di taffetas nero (fodhija) con l’orlo listato da velluto dello stesso colore, il giubbino nero (xhipuni) di velluto o seta, merletto (petini) di pizzo o seta. La sua caratterizzazione più forte è dovuta ad un ampio manto (mënti) di taffetas nero a forma di mezzaluna che, fermato sul capo, avvolgeva il corpo con ampie volute. L’abito, senza gioielli, era indossato dalle donne sposate in circostanze luttuose e, con il solo brezi, il venerdì santo nelle funzioni liturgiche e nella suggestiva pro­cessione del Cristo morto. Nella stessa occasione le giovani donne nubili usavano la gonna damascata (pampinija) col manto nero (mënti) raccolto su un fianco.


Abito giornaliero
È costituito da un’ampia gonna, lunga fino ai piedi, di panno o cotone nero, da un busto di velluto, raso o cotone di vario colore (nero, viola, bleu, verde, senape ecc…) con ampie maniche strette ai polsi, da una mantellina bianca d’estate e celeste d’inverno, entrambe bordate da nastro di seta bianca. Dopo questa rapida rassegna delle tipologie può essere utile aggiungere alcune annotazioni finali riguardanti la gonna con le fasce (xhëllona me kurorë), l’uso dei costumi durante la Settimana santa e gli accessori principali.

La gonna con le fasce (xhëllona me kurorë) riporta, a partire dall’orlo, un certo numero di fasce lavorate a fusello (tombolo a filo d’oro) secondo una tecnica artigianale, applicata al cotone, ampiamente diffusa in Sicilia. È quindi ipotizzabile che gli arbëreshë, appresa questa tecnica l’abbiano però applicata nella lavorazione dei fili d’oro per i ricami dei propri abiti. Il numero delle fasce, a seconda della funzione e dell’uso, varia da uno a tre. Secondo fonti della tradizione orale, la gonna con una fascia veniva indossata per le funzioni religiose giornaliere e in altri momenti della giornata riguardanti lo svolgimento di doveri sociali, quella a due fasce  per la messa domenicale e quella a tre per cerimonie ancora più importanti come la festa di S. Giorgio, patrono di Piana degli Albanesi. 

La gonna a tre fasce era indossata con camicia di tela bianca (linja) a maniche larghe, nota come “levantina”, (adoperata in prevalenza dalle donne più giovani per la sua linea moderna e audace) oppure con giubbino (utilizzato dalle donne più mature). Durante la Settimana santa (Java e madhe) si riscontra in modo particolare quanto gli abiti, stante la stretta relazione tra i  significati dei suoi componenti e la liturgia  bizantina, siano un segno dell’identità. I primi tre giorni della Settimana le donne partecipavano alle cerimonie religiose in abito giornaliero mentre a partire dal giovedì venivano utilizzati gli abiti della festa. Il venerdì si indossava anche la fodhija. La domenica di Pasqua era, ed è ancora, un tripudio di abiti della festa quasi a simboleggiare, con la loro ricchezza e i loro colori, la gioia della Resurrezione.

Accessori principali
 
Brezi
È il principale ornamento del costume e consiste in una cintura in argento formata da placche unite al centro da una borchia cesellata a mano raffigurante soggetti di carattere religioso, per la maggior parte santi della tradizione orientale e protettori di Piana (S. Giorgio, S. Demetrio, Vergine Odigitria, San Vito).
Nella lingua albanese brez significa “generazione”, “stirpe”, “discendenza”, “progenie” a conferma del fatto che la cintura viene assunta a simbolo della maternità. E infatti nello scambio rituale di doni durante il fidanzamento, brezi veniva donato, alcuni giorni prima delle nozze in occasione dell’esposizione della dote o di solenni festività, alla futura sposa per augurarne la fecondità. A conferma ulteriore dell’origine votiva della cintura, al soggetto sacro della borchia centrale la coppia si affidava affinché fosse loro assicurata la fertilità e quindi la continuità delle generazioni. Questo accessorio fondamentale, a testimonianza degli stretti legami con la cultura siciliana, veniva realizzato a Palermo.

Keza
Accessorio dell’abito nuziale, è un copricapo di velluto di colore cremisi e verde ricamato in oro e in argento con motivi floreali, incavato all’interno e utilizzato a sostegno del velo (sqepi). Viene altresì usata con l’abito del venerdì santo a sostegno del manto nero. Keza è il simbolo del nuovo status sociale che la donna, sposandosi, viene ad assumere e della responsabilità che ne deriva.
Sqepi è un velo in finissimo voile di seta color ocra utilizzato nelle cerimonie nuziali solo dalle spose. Esso pende dalla keza e viene fermato ai fianchi. Una collezione, in via di completamento, di larga parte delle tipologie del costume, unitamente a numerosi accessori di notevole valore storico e artigianale, è custodita presso il museo civico “Nicola Barbato” di Piana degli Albanesi.