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Patrimonio Artistico » Palazzi

Il contesto urbano di Piana degli Albanesi è punteggiato da numerosi palazzi di notevole interesse architettonico che non possono essere interamente illustrati negli angusti spazi di una “guida”. L’esposizione, per necessaria brevità, è stata limitata agli edifici più significativi (Oratorio dei Padri Filippini, Collegio di Maria, Ospedale e Ricovero per gli agricoltori) “raccontati” con le parole dello storico locale Giorgio Costantini (1838-1916) che nel 1915 scrisse una Monografia di Piana dei Greci.

Oratorio di S. Filippo Neri (Ritiri)

 

L’Oratorio si trova nella via intestata a Padre Giorgio Guzzetta che ha inizio da Piazza Vittorio Emanuele. Così ne riferisce Costantini: «[Padre Giorgio] nel 1715 mise in atto il suo nobile pensiero di riunire un buon numero di preti greci celibi e formare una congregazione di Filippini di rito greco. A tal fine si portò in Piana accompagnato da un architetto, ed avendo già acquistato dei fabbricati contigui alla chiesa di S. Giorgio, su quelli già atterrati fece fabbricare l’ideato Oratorio. Una parte di esso fu eretto nel corso di un anno e fu subito abitato dai nuovi filippini […]. L’Istituto, come abbiamo detto, è aggregato alla chiesa di S. Giorgio e presenta un vasto fabbricato, ma questo fabbricato non fu eretto in unica volta. 
Noi abbiamo avuto l’agio, per cortesia usataci dal parroco Paolo Matranga, di leggere gli atti di compra coi quali furono acquistati gli stabili. Quei contratti insieme ai bilanci ed ai conti dell’Amministrazione dell’Oratorio si conservano nella biblioteca di questa Madre Chiesa dai quali abbiamo potuto rilevare che quei fabbricati furono acquistati a varie riprese, ed infatti si vede subito che l’istituto non sorse in una volta. La porta anteriore dove si entra è a nord-est ed è la migliore e la più elevata parte dell’Istituto. Nel sommo di quella porta si scorge ancora l’insegna assunta dall’oratorio, la quale consiste in un cuore posto in una fiamma fra due rami uno di palma e l’altro di ulivo. Il ramo di ulivo allude alla conciliazione della chiesa greca con la cattolica apostolica romana; il ramo di palma allude alla vittoria che si otterrebbe nel ricondurre la Chiesa greca all’Ubbidienza del Papa.
Questa porta d’entrata mette in un grande atrio; indi si passa in una saletta, dalla quale per mezzo di una larga scala si va al piano superiore. Questa scala divisa in vari pianerottoli porta in un corridoio piuttosto largo e lungo, dal quale si entra nelle camere che furono abitate dai padri filippini. In fondo al corridoio vi sono due stanze nelle quali eravi la biblioteca dell’Istituto. I libri e le scritture che ivi si trovavano, dopo l’abolizione delle case religiose, furono donate dal Municipio alla Madre Chiesa, la quale insieme agli altri libri degli altri due conventi, formò una biblioteca. 
Bisogna avvertire che da uno dei sopraindicati pianerottoli si passava per mezzo di una porta alla sacrestia ed indi alla chiesa di S. Giorgio. 
L’Oratorio dalla parte di ponente ha un’altra porta che mette nella via Fabbiano. Nel piano terreno dal primo atrio o cortile da noi accennato si passa ad un secondo e poi ad un terzo di minore dimensione e ciò perché a misura che si aggiungevano altri fabbricati si lasciava un cortile per illuminare le stanze. Nel piano terreno eravi la cucina, il refettorio, la cantina, la stanza per legna e carbone e quella per la frutta o per altri commestibili. Nel centro di questi fabbricati, esposto a mezzodì, vi era un giardino con alberi di limoni, di mandarini e di aranci e di nespoli del Giappone, i quali sebbene non attecchiscono nella zona agraria di Piana per la sua elevazione ad 800 metri, pure in mezzo a quei fabbricati attecchirono benissimo e furono sempre rigogliosi, producendo frutti abbondanti e gustosi. Bisogna aggiungere che cotesto giardino era provveduto d’acqua dal magistrato municipale per concessione fatta dai Giurati all’istituto in notar Spiridione Petta di Piana, a 13.11. 1764. Abolito l’Oratorio e ceduto il fabbricato al Comune nessuno si curò più del giardinetto e gli alberi furono lasciati intristire, venuta meno la coltura e la irrigazione; ed essi uno dopo l’altro morirono tutti. Ora quel giardinetto lussureggia di piante di fico d’India (cactus opunzia) frutto modesto e buono; ma che non può gareggiare con quei superbi frutti d’oro. […] Diciamo in fine che il Municipio ha convertito in offici di registro, di conciliazione ed altro, il piano superiore, ed in aule scolastiche ed in magazzini l’inferiore».
L’edificio, attualmente in fase di ristrutturazione, è destinato ad ospitare le collezioni del museo civico “Nicola Barbato”.

Collegio di Maria

 

«Addossato anzi aggregato alla Chiesa dell’Odigitria sorge sulla piazza V. Emanuele il Collegio di Maria il quale non fu colpito dalla legge di abolizione, perché considerato dal potere legislativo come Istituto di educazione e di beneficenza. È un largo e, direi vasto fabbricato, avente nel mezzo un giardinetto piantato a mandarini e ad altri alberi fruttiferi con le corrispondenti aiuole coltivate a fiori. Questo giardino dà luce ed aria a tutto il fabbricato che lo circonda ed è provvisto per mezzo di una vasca dell’acqua necessaria per innaffiare piante e fiori. Il fabbricato ha un piano terreno e due piani superiori e forma insieme con la chiesa un quadrato, isolato dalle fabbriche dei privati per mezzo della strada pubblica, che vi gira attorno.
Nel pian terreno, dalla parte della p.zza V. Emanuele, vi sono tre grandi stanze ben decorate con le relative invetriate, tenute in affitto da privati per uso di botteghe.
Il Collegio ha tre porte, una ad oriente che è la porta principale per la quale si va nei piani superiori, l’altra a tramontana che mette nei corpi bassi, cioè nelle stanze terrene, dove si conservano delle derrate […] e la terza a ponente per la quale si va al parlatorio ed alle scuole elementari, frequentate dalle educande. L’uscita del parlatorio e delle scuole elementari è in via Sacerdote Antonino Brancato. Dalla prima entrata, che è la più grande, si va in una saletta che mette nella stanza della contabilità a destra, e nella stanza di ricevimento a sinistra. Queste stanze ricevono luce dal giardino suindicato. Indi si sale per mezzo di una magnifica scala di marmo bianco a vari pianerottoli. Nel quarto pianerottolo volgendo a destra si va in un corridoio intonacato a stucco bianco, nel quale si trova l’appartamento delle suore, composto da nove camere, delle quali, sette corrispondono sulla piazza Vittorio Emanuele, e due sul giardino. Questo corridoio porta al Coro, dove le monache vanno ad ufficiare in lingua greca ed a cantare, specialmente nelle festività e nel mese dedicato a Maria, delle canzonette sacre in lingua albanese, accompagnandole col suono dell’armonium.
A sinistra del primo corridoio vi è un altro, pure intonacato a stucco bianco che porta nella sala di musica dove si trova il relativo pianoforte. In questa stanza si osserva un quadro con una vergine che prega, e un altro, con Gesù nell’Orto di Getsemani. Lo stesso corridoio porta in un terrazzino adorno di bei fiori e coperto in parte da un bel pergolato. Si entra poi nel refettorio pieno di aria e di luce e capace di cinquanta posti. Vicino al refettorio vi è la cucina dove fluisce acqua abbondante. Nel secondo piano vi sono due grandi stanze per uso di dormitorio delle educande e altre due belle stanze destinate pei lavori donneschi, oltre alla stanza pei bagni col corrispondente lavatoio. Le finestre di queste stanze sono prospicienti sulla piazza V. Emanuele. In questo secondo piano vi ha una lunga balconata con ringhiera di ferro che dà sul giardino. Da questo secondo piano si sale ad una terrazza che gira intorno alla Cupola. In questa terrazza vi sono due piccole campane per uso esclusivo del collegio.
Notiamo in fine che dal primo piano si scende alla chiesa, dove vicino all’altare maggiore vi è il Comunichino, cioè una stanzetta, dalla quale, per mezzo di un finestrino con inferriata, il celebrante porge alle monache ed alle educande le specie sacramentali. A pochi passi dal comunichino, vi è il confessionile. 
Conviene ora dire che il Collegio, dalla sua fondazione sino ai giorni nostri, ha progredito sempre nel suo miglioramento e in tempi a noi più vicini, cioè verso il 1906, vi sono state eseguite molte riparazioni e molti ristauri per cura, specialmente della Superiora suor Maria Nicolina Carnesi, la quale ha dato prova di zelo e di operosità non comune, tanto nella direzione che nell’amministrazione dell’Istituto.
Sotto la direzione dell’architetto sig. Giuseppe Damiani d’Almeida, vi è stata costruita un magnifica scala di marmo bianco, un nuovo dormitorio per le educande più grande e più aerato di quello che esisteva prima, un bel terrazzino a balconata con lastre di marmo e con ringhiera di ferro [...] sporgente sul giardino. I corridoi sono stati intonacati di stucco bianco e poi, imposte, finestre e pavimenti nuovi e tante altre opere di adornamento, per le quali tutte si è erogata la somma di lire ventiduemila circa, onde il Collegio ha subito una vera trasformazione rispondente alle moderne esigenze. Bisogna notare ancora che per opera della sullodata superiora ivi si eseguiscono importanti lavori di ricamo in oro, in argento, in seta, in bianco, a rinascimento, in pittoresco, guarnizioni al tombolo, trine, merletti ecc… e tali lavori sono stati ammirati da tutti coloro che si fanno a visitare il Collegio, siano nostri concittadini o forestieri  .

L’Ospedale

 

È ubicato in via Kastriota al numero civico 97. Ecco la narrazione del Costantini: «Erano già passati 87 anni dalla fondazione di Piana e nessuno aveva pensato di erigere un opedale per gli ammalati poveri, ma nel 1575 vi fu un uomo che non era ricco, ma che aveva un cuore buono e generoso. Costui si chiamava Pietro Ceffalia e morendo lasciò un suo magazzino grande (horreum magnum) per edificarvi sopra uno Spedale ed aggiunse che ove questo fabbricato non fosse sufficiente per impiantarvi uno Spedale, dava il consenso perché si vendesse e il denaro servisse per lo Spedale da costruirsi altrove. Tutto ciò si legge nel suo testamento, rogato presso notar Giovanni Dorsa di Piana, sotto il dì 9 ottobre 1575. 
Questo pensiero umanitario trovò eco nel cuore dei suoi concittadini i quali si affrettarono ad istituire una confraternita chiamata dei Fratelli della Carità composta da dodici individui, i quali si obbligavano in forza di un regolamento, da loro compilato, di andare ogni domenica attorno al Casale di Piana e raccogliere l’elemosina per gli ammalati da ricoverarsi nell’erigendo Spedale. Chi mancava a questo obbligo era multato la prima volta in tarì sei (L. 2.55), la seconda volta in tarì 12 (L. 5.10), la terza cancellato dal numero dei confratelli. Costoro doveano ogni anno a 1° gennaro nominare due rettori o governatori da eliggersi a bussolo fra i 12 confratelli; e i due eletti doveano durare in carica per un solo anno. A questi rettori era affidata l’amministrazione e il buon andamento dello Spedale. Il quale fu impiantato nel magazzino del testatore Pietro Ceffalia, e i Confratelli della Carità si misero in giro raccogliendo delle elemosine, non solo per gli ammalati ricoverati nello Spedale, ma ancora per gl’indigenti del paese.
Allora ci furono dei benemeriti che incominciarono ad assegnare delle rendite e a donare degli stabili al nuovo Ospedale. Tutto ciò noi lo apprendiamo da un libro o fascicolo di scritture che porta la data del 1575 e va sino al 1630, nel quale si trovano gli atti pubblici che trattano di queste donazioni. A questo fascicolo dovrebbero seguire altri che indicassero tutto quello che si fece in prò dello Spedale dal 1630 al 1668, epoca fortunata per la Pia Opera, epoca in cui l’illustre e benemerito cittadino notar Giacomo Matranga, giunto agli anni 80, dotò lo Spedale di alcune migliaia di lire annuali, cioè la metà dei suoi beni perché l’altra metà la lasciò al fratello Michele e stabilì che l’amministrazione dei beni lasciati allo Spedale dovesse tenersi da una fidecommissaria formata dall’anzidetto Michele Matranga, dal nipote Michele Ferrara e dal sig. don Francesco Costantino. Nel suo testamento olografo, pubblicato da notar Baldassare Zamparrone di Palermo, sotto la data del 20 luglio 1668, si rinviene adunque la vera fondazione della Pia Opera, concepita dalla mente e dal cuore generoso del Matranga che assicurò sempre ai diseredati della fortuna il ricovero, la sussistenza, la cura medico-chirurgica e i mezzi tutti perché gli ammalati ricuperassero la primitiva salute. […] Sappiamo però, per averlo letto nel testamento […] che la Congregazione della Carità sotto il titolo della Madonna della Pietà, di cui abbiamo fatto parola, esisteva ancora quando il benemerito Giacomo Matranga si decise di lasciare metà dei suoi beni allo Spedale, ed egli nel nominare i tre fidecommissari, cioè i due Matranga e don Francesco Costantino, volle che costoro si unissero ai rettori già esistenti e facessero con loro unica amministrazione tanto dei beni precedentemente lasciati allo Spedale dai cittadini di Piana, quanto di quei di maggior valore lasciati da lui, e così sin da allora i due rettori o uno solo di essi facendo da presidente si unì ai tre fidecommissari del Matranga per amministrare l’intiero patrimonio dello Spedale. Col progredire del tempo la Congregazione della Carità ebbe a sciogliersi e a questa certamente dovette supplire il magistrato municipale della Terra della Piana per nominare il rettore – pratica seguita finora dal Consiglio Comunale il quale ogni tre anni nomina un rettore funzionante da presidente della Fidecommissaria del Pio Istituto. […]
Avendo fatto un cenno di storia passiamo ora alla descrizione del fabbricato. Questo sorge sul corso Giorgio Kastriota ed ha un piano terreno e due piani superiori. Il pian terreno contiene varie stanze che si affittano per abitazioni e per botteghe. Il primo piano era assegnato agli uomini, il secondo alle donne. Vi era inoltre un archivio, una segreteria, una farmacia ed una stanza per gli infermieri. Le sue sale erano belle e pulite, e quella degli uomini spaziosa e bene aerata e tutte col pavimento di marmo e con le pareti di stucco, dipinte da un bel colore giallo ad olio. Tutti i piani della Pia Opera erano provvisti di una sufficiente quantità di acqua potabile, oltre a quella che fluisce in una grande vasca a pian terreno che serve per lavare e fare il bucato alla biancheria. 
Erano addetti al servizio ed alla assistenza degli ammalati due infermieri, una donna ed un uomo. Nella sala più grande vi era un’altare portatile in cui si celebra la messa. In un’altra sala vi era una cappelletta dove era collocata la statua della vergine e martire siracusana Santa Lucia.Era usanza antica e rimonta forse alla fondazione dello Spedale che ogni anno, alla vigilia della sua festa, cioè al 12 dicembre, il clero greco si recava allo Spedale, rilevava la Santa dalla sua cappelletta e la portava in processione alla Chiesa madre, riponendola sull’altare maggiore ed esponendola alla venerazione del popolo. Il domani veniva celebrata la festa col più grande concorso della popolazione. La sera finita la festa, il clero la riconduceva in processione alla sua abituale dimora con grande seguito di gente che si accalcava dietro la immagine. […]»

L’Albergo (Patret)

L’edificio si trova in via SS. Annunziata. «L’Albergo era destinato per il ricovero degli agricoltori invalidi del comune. Quel locale era un convento dei padri Cappuccini ed era un ospizio capace di alloggiare cinquanta ed anche più, poveri vecchi inabili al lavoro, che andavano a passare ivi tranquillamente gli ultimi giorni della loro vita. Essi erano bene trattati e i mezzi della loro sussistenza provenivano dalle elemosine dei privati e da un sussidio di L. 1.500 assegnato dal Municipio. L’albergo ha due piani, uno superiore, l’altro inferiore o terreno. Nel primo piano vi sono molte celle coi corrispondenti corridoi, nel piano inferiore o terreno, vi sono magazzini, stalle, cantine, cucina, refettorio, lavatoio ecc. Occupa un sito elevato nell’estremità superiore del comune, dal quale si scorge tutto l’abitato e l’adiacente territorio comunale. Ivi si respira un’aria saluberrima e si vive sino alla più tarda età. Un fondo rustico di un ettaro circa, attiguo all’albergo coltivato parte a cereali e parte ad oliveto e ad alberi fruttiferi e con terreno ortalizio,era stato preso in affitto dall’amministrazione del ricovero affinché i vecchi contadini, i meno attempati, potevano occuparsi nei lavori agrari. Non vi mancano dei viali adorni di fiori e coperti da pergolati. Questo fondo detto La silva dei padri cappuccini rendeva gaia quella dimora così ben messa e pulita che era un piacere a visitare e a passarvi qualche ora. Sia lode agli attuali deputati Demetrio Carnesi e Gioacchino Petta che hanno reso quel locale così igienico e così confortevole e che impiegano il loro tempo in beneficio dei poveri. 

Ecco ora un cenno sulla fondazione di cotesto albergo. Il progetto di aprirlo per gli agricoltori invalidi del paese, fu ideato da alcuni giovani studenti di Piana nel settembre 1886, i quali elessero un comitato fra i migliori cittadini del Comune. La riunione fu tenuta nella chiesa di S. Giorgio. Si procedette alle sottoscrizioni per avere i mezzi di aprire la Pia Opera, ma le somme raccolte non erano adeguate alla grande spesa necessaria per erigere un albergo, proporzionato al numero dei poveri da ricoverare, ed allora il Consiglio Comunale, con deliberazione del giorno [...] fece cessione dei fabbricati dell’ex convento dei monaci cappuccini. Alle prime contribuzioni seguirono altre di maggiore importanza, tra le quali quella di Francesco Crispi che mandò all’albergo cinquecento lire […].

Palazzo Manzone

 Ubicato nell’omonima via «È sorto nel 1908 ed è dovuto alla generosità del Conte Tommaso Manzone. Senatore del Regno nostro concittadino. Il Conte Manzone con suo testamento segreto del 18 febb. 1893 depositato presso il notar Baldi Luigi di Genova, pubblicato da quest’ultimo a 10 maggio detto anno, nominava eredi universali dei suoi beni gli asili rurali ed urbani di Palermo, con l’obbligo che l’amministrazione dei medesimi fondasse in Piana dei Greci, patria della famiglia Manzone, un asilo infantile capace di ricoverare cinquanta bambini. […] L’inaugurazione ebbe luogo con l’intervento delle autorità governative e comunali, del clero, del deputato onorevole Saverio Masi, dei signori amministratori F. Enrico Scandurra e G. La Vecchia, di molti cittadini e di parecchie signore. […] Il locale in cui si trova il palazzo, a dir vero è un po’ eccentrico. Da ciò forse l’esitanza degli amministratori per destinarlo ad uso di asilo. Esso è posto all’estremità nord dell’abitato vicinissimo alla collina nominata Scesci. La costruzione fu fatta a varie riprese quindi senza unità di architettura e di disegno. Il palazzo Manzone consta di dodici stanze le quali erano assegnate per seguenti usi: due per le scuole, una per ricreazione, un’altra per refettorio, un’altra per cucina, un’altra per la direzione, una per lavatoio con fontana e zampilli d’acqua, una stanzetta per ritirata (retré), costruita secondo l’uso moderno; tre stanze in riparazione da destinarsi per altri usi; infine una terrazza piuttosto spaziosa che la direzione vorrà certamente adornare con fiori di varia specie per rendere più vaga e più lieta la dimora dei bambini.

Nella sala di ricreazione attaccata ad una parete pende il ritratto del fondatore dell’asilo, alla cui destra vi è il ritratto dell’avo Federico e alla sinistra quello della nonna vestita in abito albanese, signora Laura Brancato. Nella parete di fronte si vedono i ritratti del Re e della Regina. […] noi siamo grati alla magnanimità ed al buon cuore del compianto conte, il quale, benché assente da Piana sin dalla tenera età, si rammentò in fin di vita del luogo natio e donò ai poveri di esso un istituto che potesse avviarli sin dai primi anni, ad un buona e sana educazione».
Il palazzo Manzone, recentemente ristrutturato, in attesa di destinazione è entrato a far parte del patrimonio immobiliare del Comune di Piana degli Albanesi.